La riforma gregoriana e l’ascesa politica della Chiesa medievale
È nella seconda metà del sec.XI che la Chiesa medievale e il papato aumentano enormemente il proprio prestigio politico, sino ad allora offuscato dal Sacro Romano Impero della nazione germanica. La riforma cluniacense aveva fatto molto per ridare credibilità alla Chiesa, allora macchiata dalle cattive abitudini e dalla dissolutezza del clero secolare, nonché dal comportamento dei vescovi, non solo pastori di anime ma soprattutto grandi funzionari al servizio dell’autorità laica, e in questo senso colonne portanti dell’impero. L’anno 1075 aveva visto la redazione da parte di papa Gregorio VII del Dictatus Papae volto a rivendicare la supremazia della Chiesa sull’Impero che aveva dato inizio alla lunga lotta per le investiture. Da quel momento il crescendo della credibilità morale e dell’autorità della Chiesa aveva conosciuto un’accelerazione, passando per eventi famosi come l’umiliazione dell’imperatore Enrico IV a Canossa. La lotta tra Chiesa e Impero si era svolta anche sul piano militare, con alterne fortune dei due contendenti, e il partito ecclesiastico aveva arruolato alcuni importanti sostenitori, quali i principi tedeschi ribelli all’imperatore, la contessa Matilde di Canossa, Roberto il Guiscardo e i suoi Normanni dell’Italia meridionale. Vi erano sì stati appelli ai fedeli in difesa della libertà della Chiesa, anche con promesse di remissione di penitenze ecclesiastiche o di benefici spirituali, ma non si era avuta alcuna forma di mobilitazione generalizzata predicata dagli altari.
La crociata arma della Chiesa
Nel 1095, dopo venti anni di lotta con l’impero, il prestigio e l’autorità della Chiesa erano estremamente elevati. A Gregorio VII, dopo il breve pontificato di Vittore III, era successo nel 1088 un altro grande pontefice, il francese Urbano II. Costui se da un lato tenne alta la bandiera e il prestigio nella Chiesa nel conflitto con l’impero si rese autore, nel novembre 1095, di un atto rivoluzionario, che avrebbe segnato per sempre la vita della Chiesa medievale. A quel tempo i musulmani erano percepiti come i maggiori nemici della Cristianità. Padroni dell’Anatolia orientale, del Medio Oriente, del Nordafrica e della maggior parte della penisola iberica, pur essendo stati solo recentemente cacciati dalla Sicilia, continuavano a costituire una grave minaccia. La Chiesa, sotto papa Alessandro II, aveva predicato e spinto molti nobili e cavalieri francesi nel 1064 ad aiutare in Spagna i sovrani d’Aragona e Navarra nella conquista di Barbastro, munita piazzaforte del taifa di Saragozza. A tal fine era stata largamente impiegata l’arma spirituale, promettendo a coloro che avessero partecipato all’impresa generose remissioni dei peccati terreni e sconti nelle penitenze spirituali per la salvezza dell’anima. E tutto ciò, sull’uomo medievale del sec.XI, faceva molto colpo, sicché la risposta era stata entusiastica assicurando il successo della spedizione (per questo motivo la spedizione di Barbastro è considerata dagli storici come una proto-crociata). Al concilio di Clermont (odierna Clermont-Ferrand) in Alvernia il papa denunciò il pericolo per la Cristianità emerso a seguito di una famosa lettera ricevuta dall’imperatore bizantino Alessio I Comneno, che chiedeva aiuto per fronteggiare i Turchi Selgiuchidi che si avanzavano in Anatolia. Ma non si limitò a denunciare. Invitò tutti i fedeli cristiani a prendere le armi per difendere la Cristianità dagli empi musulmani e, già che c’erano, a mettersi all’offensiva recuperando i luoghi santi della Palestina. Per far ciò il pontefice sfoderò un’arma formidabile, capace di cambiare la prospettiva di vita dell’uomo medievale: l’indulgenza plenaria. In un mondo in cui l’individuo viveva nel timore degli anni da passare nel Purgatorio (per i quali peraltro esisteva una sorta di contabilità) la prospettiva di accedere alla beatitudine della vita eterna immediatamente dopo la morte presentava un’attrazione formidabile. La risposta all’invito del papa, replicato in breve dai pulpiti delle chiese della Cristianità, fu entusiastica. Secondo la leggenda al grido di “Deus lo vult” nobili, meno nobili, popolani, accattoni e mendicanti, donne, financo ragazzi e bambini, si organizzarono per partire. Identificandosi, per quanto possibile, con una croce cucita sulle proprie tuniche una massa disordinata si mise in movimento per riprendere i luoghi santi. La crociata, la più grande arma della Chiesa medievale, era ufficialmente nata.
Le prime crociate e l’apogeo della Chiesa medievale sotto Innocenzo III
Certo altri fattori entrarono in gioco per spiegare l’adesione entusiastica alla crociata oltre alla promessa di indulgenza plenaria: il fattore etico, ossia il combattere contro i nemici conclamati della Cristianità, e tutta una serie di fattori economici e sociali, oltre probabilmente anche a una buona dose di spirito di avventura. Ma la crociata era nata, e solo pochi anni dopo fu coronata dal grande successo della presa di Gerusalemme e della riconquista dei luoghi santi della Palestina. La crociata e il suo successo contribuirono molto anche ad aumentare il prestigio della Chiesa nella lotta per le investiture che nel frattempo continuava: quando nel 1111 l’imperatore Enrico V tentò di imporsi con la violenza al mite Pasquale II generò scandalo, riprovazione e ben due scomuniche, una delle quali proveniente proprio da Gerusalemme. Il Concordato di Worms del 1122 segnò la fine della lunga lotta con una innegabile affermazione della Chiesa. Continuarono nel frattempo anche le crociate, sempre volte a condurre i fedeli a combattere contro i nemici della religione cristiana. Nel 1144 la caduta di Edessa ai Turchi spinse papa Eugenio III con la bolla Quantum praedecessores a rinnovare la spedizione militare in Terrasanta. La crociata ebbe questa volta un predicatore d’eccezione nella persona di San Bernardo di Chiaravalle e vide due sovrani mettersene a capo, il francese Luigi VII e il tedesco Corrado III. Per la prima volta in tale occasione il papato concesse gli stessi identici privilegi crociati ad altre due spedizioni militari, nella penisola iberica contro Lisbona e soprattutto nel Mar Baltico contro i pagani Vendi. Tutti sappiamo che la Seconda Crociata non ebbe il successo della prima, ma ormai lo strumento era rodato. Il prestigio politico della Chiesa intanto cresceva tanto da potersi permettere di concedere remissioni di peccati e indulgenze, seppur non nella forma ufficiale e grandiosa della crociata, pure a coloro che combattevano dalla sua parte contro i propri nemici politici: così avvenne nel conflitto che oppose papa Innocenzo II a Ruggero II di Sicilia e soprattutto quando papa Alessandro III si alleò con i comuni italiani, facendo fallire il tentativo dell’imperatore Federico Barbarossa di ripristinare il primato imperiale. La caduta di Gerusalemme del 1187 portò nuovamente a una nuova grande crociata, la Terza, proclamata da papa Gregorio VIII con la bolla Audita tremendi, predicata praticamente in tutto l’Occidente. Guidata da tre grandi sovrani cristiani, lo stesso Barbarossa, il francese Filippo Augusto e l’inglese Riccardo Cuor di Leone, ebbe anch’essa un successo lontano dalla Prima ma almeno concesse un altro secolo di vita al moribondo regno di Gerusalemme. Tutto ciò avveniva con la Chiesa romana che si trovava all’apice del proprio prestigio politico e che nel 1198 portava al soglio di Pietro uno dei più grandi tra i papi, Innocenzo III. Capace di imporsi a re e imperatori, vero artefice della costruzione dello Stato della Chiesa, Innocenzo III fu anche attivissimo in campo ecclesiastico, protettore di San Francesco d’Assisi, fu lui che diede il via libera all’Ordine Francescano. Ma fu anche un pontefice spregiudicato e sotto di lui la crociata iniziò a vedersi ampliato l’ambito di applicazione.
Non solo per la Terra Santa: crociate deragliate e crociate contro gli eretici
Nel 1198 Innocenzo III pubblicò la bolla Post miserabile con la quale veniva bandita una nuova crociata, visto l’insuccesso della Terza nel recuperare Gerusalemme. Predicata in tutta Europa vide una risposta importante da parte della nobiltà proveniente soprattutto dalla Francia settentrionale, dalle Fiandre e dall’Italia settentrionale. Sappiamo anche tutti come andò a finire: stretta in modo inatteso un’alleanza con Venezia i crociati finirono per conquistare Costantinopoli abbattendo l’impero bizantino e installando al suo posto un regime feudale in tutto analogo a quelli occidentali che fu denominato Frankokratia e che durò tra alti e bassi sino alla conquista ottomana. Il deragliamento della crociata, con il saccheggio della più grande città cristiana del tempo e la profanazione delle sue chiese, fu accolto con stupore, scandalo e incredulità in Occidente. Tuttavia con molti sforzi si arrivò a giustificare il fatto come realizzazione della volontà divina di riconciliazione della chiesa occidentale con quella orientale e tale giustificazione, dopo parecchi tentennamenti, fu fatta propria dallo stesso papa con varie lettere promulgate tra il 1205 e il 1207. A questo punto il dado era tratto. Lo strumento della crociata serviva non solo contro gli infedeli, ma in generale contro i nemici della Cristianità e quindi del papato e della Chiesa romana. E dei nemici erano belli e pronti, nella persona degli eretici catari della Linguadoca, comunemente detti Albigesi. Costoro, sudditi di importanti feudatari quali i conti di Tolosa, di Foix e di Provenza e i Trencavel visconti di Béziers, costituivano realmente una spina nel fianco per la Chiesa. Seguaci di un’eresia dualista di tipo manicheo rifiutavano la dottrina cattolica e le gerarchie ecclesiastiche e avevano conquistato alla propria fede individui appartenenti a tutte le classi sociali, dai contadini ai grandi nobili. Erano già stati obiettivo di spedizioni militari e di attività di predicazione miranti a reprimere l’eresia, che però erano estremamente lontane dal sradicarla. Quando nel gennaio 1208 alcuni albigesi assassinarono a Trinquetaille presso Arles il legato pontificio Pietro di Castelnau Innocenzo, malgrado le resistenze del re di Francia Filippo Augusto, si decise per le maniere forti. Con una serie di lettere pubblicate a partire dal 1208 a coloro che avessero preso le armi per reprimere l’eresia furono promesse l’indulgenza plenaria, la protezione ecclesiastica dei beni e delle famiglie e tutti i privilegi giuridici tipi dei crociati. Questa crociata atipica, predicata soprattutto nella Francia settentrionale, ricevette un’adesione entusiastica, in quanto permetteva a molti di ottenere gli agognati benefici spirituali evitando il lungo e pericoloso viaggio in Terrasanta. I crociati si mossero in gran numero, vestiti della medesima croce delle crociate tradizionali. Il seguito è noto: i crociati in Linguadoca si macchiarono di colpe e di violenze di ogni tipo, massacrando gli eretici ma spesso anche i cristiani, come nel famoso sacco di Béziers del 1209. Combatterono contro principi cristiani, come il re Pietro II d’Aragona, vassallo della Santa Sede, che combattendo contro di loro trovò la morte sul campo di Muret nel 1213. Alla fine la guerra divenne permanente in Linguadoca sino a quando la lotta contro gli eretici fu presa in mano dalla monarchia francese che ne approfittò, con l’aiuto di una nuova creazione, l’Inquisizione, per sradicare l’eresia ma soprattutto per annettere i territori alla corona.
L’appetito vien mangiando: le crociate politiche
Il XIII secolo fu sicuramente il secolo delle crociate, se guardiamo a quante volte i papi chiamarono i fedeli alle armi per combattere i nemici della Cristianità. Fu anche il secolo in cui l’organizzazione della crociata si fece più metodica tramite l’introduzione di un prelievo fiscale specifico, la decima, sulle rendite del clero, volta esplicitamente a finanziare le spedizioni crociate. Eppure solo una frazione di tali spedizioni fu rivolta contro gli infedeli o, e fu il caso delle crociate nordiche, contro le popolazioni ancora pagane che abitavano sulle sponde sud-orientali del Mar Baltico.
La crociata albigese “sdoganò”, si fa per dire, l’utilizzo dell’arma della crociata per fini che poco avevano a che fare con la salute della religione cristiana e molto con le pretese politiche, territoriali ed economiche del papato ma non solo di esso, anche di importanti esponenti dell’alto clero. E la lotta all’eresia fu la finzione attraverso la quale tali imprese furono giustificate. Si iniziò nei Paesi Bassi quando il vescovo di Utrecht Willibrand di Oldenburg predicò con l’autorizzazione di papa Gregorio IX una crociata contro i propri sudditi della contea di Drenthe, ribelli all’autorità episcopale per ragioni fiscali ed economiche ma per questo tacciati di eresia. La crociata, della quale tuttavia non sopravvivono le autorizzazioni papali originali, fu predicata soprattutto in Frisia tra il 1228 e il 1231 ed ottenne un certo successo. Più significativa e più nota fu la crociata contro gli Stedinger, contadini abitanti i territori tedeschi intorno alla foce del fiume Weser. Costoro, sudditi dell’arcivescovo di Brema organizzati in una sorta di repubblica contadina, si sollevarono quando l’arcivescovo cercò di annullare i loro antichi privilegi per aumentare le proprie entrate. Inizialmente vittoriosi contro le milizie feudali dell’arcivescovo gli Stedinger furono sconfitti quando sempre Gregorio IX autorizzò l’arcivescovo alla predicazione di una crociata contro di loro in quanto ancora tacciati di eresia e di essere adoratori di divinità maligne di vario tipo. La crociata, predicata nella Germania renana e nei Paesi Bassi, ebbe molto successo: gli Stedinger furono sconfitti nella battaglia di Altenesch del 1234 e massacrati in larga parte, senza alcun riguardo a vecchi, donne e bambini. Ma il bello, con Gregorio IX protagonista indiscusso, doveva ancora venire. La lotta tra papato e impero scoppiò nuovamente nel 1229: Gregorio scomunicò l’imperatore Federico II, questi partì in crociata (era la Sesta secondo la contabilità ufficiale) per la Terrasanta ove ottenne con la diplomazia il possesso di Gerusalemme e il papa ne approfittò per armare un esercito ed invadere mentre l’imperatore era assente il Regno di Sicilia. Furono concessi ai militi di San Pietro rimessioni di peccati ma non l’indulgenza plenaria, e le chiavi pontificie vennero cucite sulle tuniche al posto della croce, tanto che lo scontro resta noto come Guerra delle Chiavi. Ma era solo questione di tempo. La lotta tra papato e impero ora aveva per oggetto non tanto un primato morale o spirituale, quanto la volontà di Federico di restaurare il governo imperiale in Italia, minacciando quindi di strangolare lo Stato della Chiesa. Dopo le vittorie ottenute dall’imperatore contro i comuni dell’Italia settentrionale (Cortenuova, 1237) Gregorio iniziò ad accusare Federico di empietà, di essere un nemico della Chiesa, di avere rapporti con i musulmani e nel marzo 1239 pronunciò una nuova scomunica contro l’imperatore. Questa fu accompagnata dalla chiamata alle armi dei fedeli garantendo loro questa volta tutti i benefici previsti per le spedizioni in Terrasanta. Da allora fu solo guerra, sino alla morte del grande imperatore nel 1250 e poi contro i suoi sostenitori, come Ezzelino III da Romano, e i suoi eredi, Corrado IV, Manfredi e Corradino. La predicazione crociata proseguì sotto i successori di Gregorio IX, in particolare Innocenzo IV che al concilio di Lione nel 1245 impose la decima ecclesiastica, levata soprattutto in Francia e Inghilterra, per finanziare la guerra. La simbologia crociata fu adottata largamente, anche se non in modo uniforme. È del 1262 l’inizio dell’alleanza di ferro tra la Chiesa e Carlo d’Angiò cui i papi, perseguendo i propri obiettivi di principi territoriali, non fecero mai mancare in seguito i benefici della predicazione crociata. A seguito dei Vespri Siciliani e dell’entrata in gioco degli Aragonesi papa Martino IV non lesinò i benefici crociati arrivando a proclamare con la bolla Ad fructus uberes del 1284 l’infame crociata d’Aragona con la quale, tentando una ripetizione dell’avventura angioina del 1266, scomunicava e deponeva re Pietro III concedendo il regno a Carlo di Valois. La crociata fallì e costò la vita a Filippo III di Francia. Ma se sul finire del secolo il papato godeva ancora di un prestigio supremo e indiscusso tutte queste vicende, a partire dalla IV Crociata, non erano finite esenti da critiche. Autorevoli commentatori e pensatori, tra cui si possono citare Matteo Paris, Günther di Pairis, Salimbene de Adam, Rolandino da Padova, criticarono la deviazione morale, gli abusi fiscali, l’utilizzo sfacciatamente politico della nobile idea crociata che faceva leva sulle convinzioni più intime dell’uomo medievale.
Giovanni XXII, il papato avignonese e le crociate contro i signori ghibellini
Nel 1300 papa Bonifacio VIII con la bolla Antiquorum habet fida relatio proclamò l’anno santo e il primo giubileo della Chiesa cattolica, concedendo l’ambita indulgenza plenaria ai pellegrini che si fossero recati a Roma. Probabilmente il papa allora non lo sapeva ma stava celebrando anche lo zenit della teocrazia pontificia. La bolla Unam Sanctam del 1302, il conflitto con re Filippo il Bello e il trasferimento della sede papale ad Avignone sotto Clemente V furono segnali inequivocabili che qualcosa era cambiato. Ma la Chiesa e il papato nell’immediato non percepirono tutto ciò e quella deriva iniziata nel secolo XIII fu portata alle estreme conseguenze. Sotto il pontificato di papa Giovanni XXII si proclamarono crociate praticamente contro ogni oppositore politico del papato, senza alcun riguardo, e la Francia e i territori angioini furono i luoghi preferiti, ma non gli unici, per la loro predicazione. Gli obiettivi furono quasi esclusivamente in Italia: Venezia, i signori ghibellini del nord, quali Matteo Visconti, Cangrande della Scala e Passerino Bonacolsi e il re di Sicilia Federico II d’Aragona. Le crociate furono generalmente guidate da legati pontifici, quali il celebre Bertrando del Poggetto, ma in generale furono sfortunate nel campo militare, aggiungendo argomenti a coloro che non esitarono a declinarle come guerre empie e ingiuste. Un giurista italiano, Marsilio da Padova, pubblicò nel 1324 un’opera rivoluzionaria, il Defensor Pacis, nella quale confutava esplicitamente la discendenza dell’autorità politica da Dio e dal papa, attribuendola invece alla volontà dei cittadini. Tanto lui, quanto i suoi amici Guglielmo di Occam e Giovanni di Jandun, non esitarono a criticare le crociate politiche. Attaccati dalla Chiesa, si legarono e ottennero protezione dall’imperatore Ludovico il Bavaro, che ebbe il discusso onore di essere l’ultimo imperatore scomunicato e al centro di uno scontro con il papato. Le pretese papali, tanto di Giovanni XXII quanto dei suoi immediati successori, così come la crociata proclamata in difesa della Chiesa, non ebbero alcun successo. Anzi nel 1328 a Roma Ludovico accetterà la corona imperiale dal popolo romano e a mettergliela sul capo sarà nientemeno che Sciarra Colonna, l’autore dello schiaffo di Anagni. Dieci anni più tardi le pretese papali nate dal Dictatus Papae saranno definitivamente sepolte dai principi tedeschi, che nella dichiarazione di Rhens affermeranno solennemente che il papa non aveva alcun diritto di interferire con l’elezione del re di Germania e imperatore del Sacro Romano Impero. Ma ormai gli strali e le scomuniche papali producevano ben scarsi effetti. Si continuarono a proclamare crociate contro i cristiani, ma il successo ormai fu pressochè nullo. Verso la fine del secolo, nel 1383, durante lo Scisma d’Occidente, il pontefice romano Urbano VI proclamò una crociata contro il suo rivale avignonese Clemente VII: la crociata, predicata soprattutto in Inghilterra e guidata da Henry Despenser, Vescovo di Norwich, fu diretta contro le città fiamminghe di obbedienza avignonese che avevano smesso di importare lana dall’Inghilterra. Recepita inizialmente in modo entusiastico per le ovvie implicazioni economiche, fu un fallimento militare e finì al centro delle critiche sepolta da accuse su accuse di malversazioni e di corruzione. Tra i suoi maggiori critici vanno annoverati John Wycliffe e Jean Froissart. Fu l’ultima crociata politica.
La Chiesa non è più al vertice della comunità politica
Tanti furono i fattori che sbalzarono la Chiesa romana dal vertice della comunità politica cristiana e l’uso spregiudicato dell’arma crociata da parte dei pontefici da Innocenzo III in poi fu uno di essi, forse non il più importante ma sicuramente di grande rilevanza, ancora al centro di acceso dibattito in ambito accademico. Lo stabilimento delle grandi monarchie nazionali, Francia, Inghilterra, Castiglia, Aragona, ereditarie e dotate di una omogeneità politica interna ben superiore a quella del Sacro Romano Impero, fu almeno altrettanto rilevante. Ma indubbiamente il colpo finale venne dal Grande Scisma d’Occidente, che finì per essere ricomposto dal Concilio di Costanza proprio grazie agli sforzi di un imperatore, Sigismondo di Lussemburgo, e portò la Chiesa al conciliarismo, cioè l’accettazione che la suprema autorità ecclesiastica risiedeva non nel papa, ma nel concilio dei vescovi. La crociata come strumento tuttavia non morì e, con alterne fortune, fu ancora utilizzata nel 1420-1431 contro gli hussiti di Boemia e in seguito contro i Turchi Ottomani. Ma anche all’inizio del ‘500, quando i papi, durante le guerre d’Italia, organizzarono coalizioni contro i nemici dello Stato della Chiesa, come Venezia, non si arrivò più alla chiamata di vere e proprie crociate politiche.
Per approfondire:
Carr, Mike et al. (curatori) Crusading against Christians in the Middle Ages, Londra, 2024
Housley, Norman The Italian Crusades: The Papal-Angevin Alliance and the Crusades against Christian Lay Powers, 1254-1343, Oxford, 1982
Housley, Norman The Avignon Papacy and the Crusades, 1305-1378, Oxford, 1986
Kennan, Elizabeth “Innocent III, Gregory IX and Political Crusades: A Study in the Disintegration of Papal Power” in AA.VV. Reform and Authority in the Medieval and Reformation Church, Washington, DC, 1981
Setton, Kenneth et al. (curatori) A History of the Crusades (6 voll.), Madison, WI, 1969-1989