Le Alpujarras e la fine dei musulmani di Spagna

L’islamizzazione della penisola iberica (sec.VIII-XI)

L’Islam entrò ufficialmente nella penisola iberica nel mese di luglio dell’anno 711 quando in un luogo tuttora non esattamente identificato presso il fiume Guadalete, nel sud della Spagna, l’esercito arabo guidato da Tariq ibn Ziyad sconfisse l’esercito visigoto del re Roderico, che perì sul campo. Con il re trovò la morte buona parte dell’aristocrazia militare legata alla monarchia per cui si creò un vuoto di potere che rese la popolazione incapace di una resistenza organizzata all’invasore. I conquistatori arabi offrirono alle popolazioni iberiche la possibilità di mantenere la propria religione dietro pagamento di una tassa speciale, la jizya, per cui in breve ottennero la sottomissione di quasi tutta la penisola escluse le terre del nord, Asturie e Cantabria, dalle quali in seguito sarebbe partita la Reconquista cristiana. La presenza musulmana fu inizialmente limitata ai soli contingenti militari; solo dopo il 756 con la fondazione dell’Emirato di Cordova si inizierà ad avere un’immigrazione civile, costituita da funzionari, mercanti, studiosi e giuristi, artigiani. Ma non fu comunque tale immigrazione a determinare l’islamizzazione della penisola. La convenienza economica probabilmente la fece da padrona, poiché la conversione significava l’abolizione dell’odiata jizya, e quindi maggior reddito disponibile. Oltre a ciò il governo omayyade di Cordoba non esitava ad integrare i cristiani convertiti a pieno titolo nell’amministrazione dello stato e nella società. Secondo le stime correnti la percentuale della popolazione aderente all’Islam nei territori controllati dagli arabi (al-Andalus) passò dal 10% nei decenni immediatamente successivi alla conquista al 50% e più verso la fine del IX secolo per culminare intorno all’80% all’apogeo del Califfato (non più Emirato) di Cordoba nei primi decenni del secolo XI. La conversione dei cristiani (che vennero denominati muladí, pl. muladíes) non fu di facciata: le popolazioni iberiche convertite non tardarono ad adottare lingua, abitudini e costumi arabi, e si mischiarono a tal punto con le popolazioni arabe e berbere originarie, con la pratica dei matrimoni misti estremamente diffusa, che le differenze etniche tra i gruppi distinti erano scomparse del tutto nei secoli XII e XIII, a Reconquista ben avanzata.

La Reconquista cristiana: prima fase

Tradizionalmente la Reconquista cristiana viene fatta iniziare nel 718, con la battaglia di Covadonga e la nascita del regno delle Asturie, e terminare nel gennaio 1492, quando i sovrani cattolici di Castiglia e Aragona, Isabella e Ferdinando, entrarono a Granada. All’inizio il fenomeno consistette nell’arroccamento di esponenti della nobiltà visigota e ispano-romana nelle regioni montuose del nord della penisola, Galizia, Asturie e Cantabria e resistenza armata ai tentativi arabi di penetrazione nella regione.

La diffusione dell’Islam nella penisola iberica durante la Reconquista

Con il progredire del tempo il carattere cambiò per una serie di fattori, geografici ed economici. Il territorio della Meseta e della valle del Duero assunse il carattere di frontiera militare con reciproche incursioni di cristiani e musulmani. Questo, unitamente al clima secco e poco favorevole all’agricoltura, portò ad uno spopolamento con la popolazione che migrò in massa verso il sud, al-Andalus, convertendosi in larga parte all’Islam. Il territorio divenne spopolato e semidesertico nel corso dei secoli IX e X per cui la penisola si trovò suddivisa in tre aree: il nord, cristiano, densamente popolato ma non ricco perché largamente montuoso, il centro desertico e il sud musulmano, popolato, ricco, e pure fortemente urbanizzato. A partire dalla metà del secolo X tuttavia le incursioni cristiane verso sud si fecero maggiormente aggressive e iniziarono, promossi dai sovrani di León (il regno delle Asturie era diventato regno di León nel 910), gli sforzi per colonizzare e ripopolare l’altopiano centrale della Meseta. Il ripopolamento fu attuato con popolazione cristiana proveniente dal nord, aiutato da coloni franchi provenienti dalla Francia meridionale e solo in minima parte da mozárabes, cristiani viventi sotto i musulmani che ritornavano a nord. Il processo acquisì momento nella prima metà del sec.XI con la dissoluzione del Califfato di Cordoba e la frammentazione di al-Andalus in deboli staterelli detti taifas, sotto emiri e dinastie rivali spesso in lotta fra loro. Questi avvenimenti furono contemporanei alla definitiva stabilizzazione politica del nord cristiano nei tre regni di Castiglia, Aragona e Navarra. Tralasciando quest’ultimo, presto tagliato fuori dai giochi, l’espansione cristiana verso sud riprese con decisione e con essa il ripopolamento della Meseta sino a quando i cristiani non investirono direttamente al-Andalus, arrivando nel 1085 a conquistare Toledo, antica capitale del regno visigoto e città di enorme significato simbolico per la cristianità iberica. A questo punto il processo che aveva avuto luogo nei secc.VIII-X si invertì: si pose il problema del trattamento e della gestione della popolazione musulmana.

La Reconquista cristiana: seconda fase. I mudejares

La fase più significativa della Reconquista ebbe luogo nei secoli XI-XIII, quando il controllo da parte dei regni cristiani si estese alla maggior parte della penisola iberica, lasciando nel 1262, con la sottomissione del taifa di Niebla, il dominio musulmano limitato all’estremità sud-orientale dell’Andalusia, costituitasi nel regno di Granada che si riconobbe vassallo della Castiglia. La conquista ebbe varie fasi, conobbe alti e bassi, ma ciò che interessa ai nostri fini fu che i regni cristiani si trovarono a governare su una vasta popolazione musulmana, inizialmente nettamente maggioritaria rispetto alla popolazione cristiana. L’attitudine cristiana nei confronti dei musulmani fu, salvo pochi casi determinati da eventi bellici, generalmente tollerante. Ai musulmani viventi nei regni cristiani, noti come mudejar (pl. mudejares), fu permesso di continuare a praticare la propria religione, avere moschee e giudici propri, mantenere le proprie usanze, anche se alcune come la poligamia furono apertamente scoraggiate. Furono chiamati a pagare contribuzioni fiscali ben superiori a quelle dei cristiani e nelle città furono generalmente costretti a vivere in quartieri separati (le morérias). Solo nei territori della Corona d’Aragona furono nei fatti assoggettati a servitù della gleba, in Castiglia mantennero condizioni di libertà personale. Ciononostante non si assistette a fenomeni di conversioni spontanee estese o sistematiche come quelle dei cristiani verso l’Islam nei primi decenni della conquista araba. Nei territori conquistati moltissimi musulmani scelsero piuttosto di emigrare verso sud, prima verso i taifas rimanenti, poi nel secolo XIII verso Granada o il Nordafrica. Tali migrazioni furono inizialmente confinate alle élites e solo dopo la definitiva affermazione cristiana nel ‘200 investirono anche larga parte della popolazione contadina. Geograficamente l’esodo fu maggiormente significativo in Castiglia rispetto ai territori orientali conquistati dai sovrani aragonesi. Valencia e Murcia rimasero sino alla fine territori eminentemente musulmani .

La fine della Reconquista, i Re Cattolici e la fine della tolleranza religiosa. I moriscos

Granada, l’ultimo regno musulmano di Spagna, aprì le porte ai Re Cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, il 3 gennaio 1492. I patti di resa, sottoscritti da Muhammad XII il 25 novembre 1491, prevedevano un’ampia tutela per la popolazione musulmana. In particolare garantivano completa libertà religiosa, autonomia giuridica, tutela delle proprietà e libertà di movimento e di emigrazione, nonché, elemento cardine, nessun aggravio fiscale rispetto ai cristiani. Nell’immediato della conquista solo una piccola minoranza musulmana appartenente all’élite politica, religiosa ed economica della società, lasciò la penisola per trasferirsi nel vicino Marocco. Ma questa situazione non durò a lungo. La nuova monarchia iberica che aveva dopo svariati secoli raggiunto l’unione di Castiglia e Aragona in un’unica entità politica non poteva tollerare una società divisa in comunità separate (cristiani, ebrei e musulmani) con leggi diverse, tribunali diversi e possibili diverse aderenze politiche. L’uniformità dei sudditi di fronte allo stato e alla monarchia divenne obiettivo primario, e a tal fine era stata creata la Santa Inquisizione nel 1478. Nel marzo 1492 era toccato agli ebrei, con il decreto dell’Alhambra, che impose loro l’abbandono della penisola o la conversione. Con i musulmani si adottò inizialmente un atteggiamento morbido promuovendo predicazione cristiana e conversioni volontarie, durante l’episcopato granadino di Fra’ Hernando de Talavera (1492-1499). Questa politica blanda non ebbe tuttavia successo cosicchè a partire dal 1499 sotto l’episcopato di Francisco Jiménez de Cisneros si passò alle maniere forti. Si iniziò ad attaccare le manifestazioni culturali islamiche, bruciando la ricchissima biblioteca nasride di Granada, e limitando gli usi islamici in pubblico, in completo spregio delle capitolazioni del 1491. Non solo. Notabili e religiosi musulmani furono arrestati e detenuti senza motivo, garantendo la libertà in cambio del battesimo. La comunità musulmana si ribellò: una prima sollevazione violenta si ebbe nell’Albaicín, il barrio musulmano di Granada, ma si risolse in modo relativamente pacifico, con i sovrani garantendo clemenza in cambio della conversione. Nella regione montuosa delle Alpujarras, alle spalle della Sierra Nevada, ove la popolazione era integralmente musulmana, si ebbe invece una vera e propria guerra, con enormi sforzi militari da parte della monarchia, massacri e scontri cruenti. Lo stesso Ferdinando vi si impegnò direttamente e alla fine furono i musulmani, non vinti ma consci della difficoltà di ulteriori combattimenti, a chiedere la pace e il perdono che fu concesso a una condizione: conversione o esilio. Questi avvenimenti accaddero nel 1501. Ma tali eventi fecero sì che la regina Isabella si spingesse più in là, e con la Prammatica del 14 febbraio 1502 tutti i muderajes abitanti in Castiglia furono messi di fronte a una scelta: conversione o esilio, la seconda opzione venendo resa particolarmente difficile dalle condizioni capestro poste dalle autorità. La conversione non fu inizialmente imposta nei territori della Corona d’Aragona, ove i mudejares, soprattutto contadini, erano largamente protetti dai nobili proprietari di terre che li utilizzavano per i lavori agricoli: qui si sarebbe verificata dopo varie vicende intorno al 1525. I musulmani convertiti furono costretti ad adottare nomi cristiani (se non sapevano quali adottare venivano imposti Fernando e Isabel) e vennero denominati moriscos, così come erano stati denominati conversos gli ebrei convertiti. Etnicamente indistinguibili dagli spagnoli cristiani (i c.d. cristianos viejos) continuarono spesso a praticare in segreto la religione musulmana, venendo tutto sommato tollerati dalle autorità e quasi ignorati dalla Santa Inquisizione, focalizzata contro i conversos

I moriscos e la guerra delle Alpujarras

La vicenda dei moriscos occupa tutto il sec.XVI in Spagna. Ormai scarsamente presenti in Castiglia (le comunità mudejares si erano dissolte e largamente integrate nei sec.XIII-XV), ove rappresentavano forse il 3% della popolazione, erano largamente presenti nel Regno di Valencia (più del 30% della popolazione) e nel Regno di Granada (maggioritari). Impiegati soprattutto nell’artigianato e nell’agricoltura erano fondamentali per le economie valenciana e granadina. Formalmente tenuti a una vita religiosa cristiana (obbligo di attendere la messa e di ricevere i sacramenti) in realtà nella maggioranza praticavano l’Islam in segreto. Nella città di Granada risiedevano soprattutto nel loro barrio, l’Albaicín, mentre nelle campagne e nei rilievi delle Alpujarras vivevano in villaggi rurali con scarsa o nessuna popolazione di cristianos viejos. Malgrado fossero etnicamente indistinguibili i moriscos continuarono ad essere un corpo estraneo alla società durante il regno dell’imperatore Carlo V (1516-1556) non cercando di nascondere, neanche con l’abbigliamento, le loro caratteristiche. Tutto ciò a lungo andare provocò tensioni con la popolazione cristiana e una domanda crescente di un atteggiamento meno tollerante da parte delle autorità. Dopo il 1530 si ebbe un irrigidimento generale a livello cattolico e anche la Santa Inquisizione, che sino allora si era concentrata sui conversos, aumentò le proprie attenzioni nei confronti dei moriscos, coinvolgendoli in procedimenti giudiziali che generalmente si concludevano con pesanti confische a livello economico. Successo l’intransigente Filippo II (1556-1598) al padre abdicatario nel 1556 la situazione si complicò a seguito pure di fattori esterni: la priorità assoluta per l’ortodossia religiosa cattolica sancita dal Concilio di Trento e soprattutto la guerra con l’Impero Ottomano, con frequenti incursioni dei corsari barbareschi sulle coste spagnole e quindi il timore che i moriscos potessero agire come una “quinta colonna”. Dieci anni di pressione crescente culminarono con la Prammatica Sanzione resa pubblica il 1º gennaio 1567.

I luoghi della guerra delle Alpujarras (1568-1571)

Secondo essa qualunque tipo di usanza (lingua, cultura, abbigliamento, usi matrimoniali) araba veniva assolutamente vietata e diventava obbligatoria l’aderenza rigorosa agli usi e alla cultura cristiana e castigliana. I moriscos tentarono di negoziare una mitigazione di tali misure ma il governo di dimostrò inflessibile e nel territorio montano delle Alpujarras iniziarono a preparare la resistenza in armi. Questa scoppiò violentemente alla vigilia del Natale 1568 e subito assunse caratteristiche di estrema violenza. I moriscos si organizzarono restaurando anche le formalità della vecchia monarchia nasride e massacrando senza pietà religiosi cattolici e cristianos viejos.

La monarchia reagì inviando contingenti militari che si distinsero per praticare terra bruciata e perpetrare stragi tra la popolazione moriscos ma che spesso si trovarono in difficoltà a causa della natura montuosa e quindi estremamente difficile del territorio. La rivolta, detta comunemente guerra delle Alpujarras, durò tre anni, dal 1568 al 1571, e causò secondo le stime correnti tra i 30.000 e i 40.000 morti, soprattutto moriscos, più di quanto sia avvenuto negli altri conflitti in cui fu coinvolta la Spagna nel Cinquecento. Alla fine l’onere della repressione fu affidato dal re a don Giovanni d’Austria, il figlio naturale di Carlo V che nello stesso anno 1571 avrebbe acquistato fama imperitura come comandante cristiano nelle acque di Lepanto, e costui adottando una sapiente tattica di bastone e carota riuscì a portare i moriscos alla resa. Il regno di Granada, che aveva perso durante la guerra quasi un terzo della propria popolazione, fu svuotato per ordine reale di moriscos, che furono deportati in comunità isolate della Castiglia, venendo altresì spogliati dei propri beni, che furono distribuiti a nuovi coloni cattolici.

Dopo le Alpujarras e l’espulsione definitiva dei moriscos

La nuova situazione tuttavia apparve presto non definitiva. Nelle comunità della Castiglia i moriscos deportati non furono ben accetti malgrado fosse venuto meno qualunque segno esteriore del vecchio credo e molte volte le conversioni si fossero dimostrate sincere. Il clero, l’Inquisizione e buona parte della nobiltà castigliana iniziarono a pensare a una soluzione radicale, l’espulsione completa dei moriscos dal regno. L’opposizione a tale misura venne soprattutto ad opera della nobiltà aragonese e soprattutto valenciana che si avvaleva dei moriscos per i lavori agricoli. Tuttavia, stante il perdurare della situazione di conflitto con l’Impero Ottomano e con la Francia, proprio i moriscos valenciani divennero i maggiormente sospetti di relazioni con il nemico. Gli atti terminali di questa tragedia, la prima pulizia etnica dell’età moderna, si ebbero sotto il regno del debole Filippo III (1598-1621), a seguito dell’influenza del suo favorito, il duca di Lerma, e del fanatismo cattolico della regina Margherita d’Austria.

Gabriel Puig Roda (1865-1919) “L’espulsione dei Moriscos” (1894)
Museo delle Belle Arti di Castellón de la Plana

L’ostilità dell’aristocrazia valenciana fu vinta mediante il diritto di spoglio delle proprietà e dei beni dei moriscos espulsi a lei concessa. L’espulsione, che interessò circa 300.000 persone su una popolazione di circa 9 milioni, fu attuata tra la primavera 1609 (Valencia) e l’autunno 1613 (Murcia). Impiegando larghe forze militari, fatte arrivare anche appositamente dall’Italia, i moriscos furono raggruppati e scortati presso porti d’imbarco nel Mediterraneo, ove flotte militari li trasportarono nelle destinazione previste, soprattutto Nordafrica (Marocco, Algeria e Tunisia) ma anche in minor misura Italia e Francia meridionale. Fu loro consentito, a differenza di quanto accaduto agli ebrei nel 1492, di portare con se non solo beni mobili, ma anche denaro e metalli preziosi.

Nei paesi di approdo i moriscos, che formalmente erano cristiani e che in molti casi lo erano pure realmente, furono trattati in modo differente. Furono ben accolti in Francia e in Tunisia, visti con estremo sospetto in Marocco e Algeria. In Spagna ne rimasero pochissimi, protetti da qualche autorità locale o salvati dalla corruzione dei funzionari.

La Spagna avrebbe dovuto attendere il XX secolo per avere nuovamente degli abitanti musulmani. A differenza dei discendenti degli ebrei sefarditi espulsi nel 1492 le Cortes, malgrado numerose richieste e proposte, non hanno ancora approvato una legge che dia la cittadinanza spagnola ai discendenti dei moriscos.

Per approfondire:

Dal Passo, Fabrizio & Randolfi, Sara, Frontiere in(di)visibili. I moriscos tra la Spagna e il Mediterraneo nel XVI e XVII secolo, Roma, 2011

Domínguez Ortiz, Antonio & Vincent, Bernard, Historia de los moriscos. Vida y tragedia de una minoría, Madrid, 1979

Echevarría, Ana, La “mayoria” mudéjar en León y Castilla: legislación real y distribución de la población (Siglos XI-XIII) in En la España medieval, 2006, 29

Elliott, John H., La Spagna imperiale 1469-1716 (trad.ital.), Bologna, 2006

Epalza, Míkel de, Los moriscos antes y después de la expulsión, Madrid, 1992

Harvey, Leonard P., Islamic Spain. 1250 to 1500, Chicago, IL, 1990

Kamen, Henry, The Spanish Inquisition. A Historical Revision, New Haven, CT, 1997

Lapeyre, Henri, Géographie de l’Espagne morisque, Parigi, 1959

Suárez Fernandez, Luis, Historia de España antigua y media, Madrid, 1976

Suárez Fernandez, Luis, Los Reyes Católicos (5 voll.), Madrid, 1989/90

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