Dall’orlo del burrone alla ripresa dell’espansione: Mehmet I e Murad II (1402-1451)
Bayezid I non aveva designato un successore e aveva lasciato numerosi figli maschi, ai maggiori dei quali aveva affidato come governatorati delle regioni dell’impero. Costoro, Suleyman, Isa, Musa e Mehmet, furono abili nel mantenere l’autorità ottomana nelle regioni a loro sottoposte anche appoggiandosi ai principi cristiani, ai beylik anatolici restaurati da Timur, e allo stesso Timur, del quale l’abile principe Mehmet, governatore dei territori anatolici del nord-est intorno ad Amasya, si comportò come un fedele vassallo. I quattro fratelli tuttavia lottarono aspramente tra loro per ottenere il potere su tutto l’impero in una guerra che durò un decennio e resta nota come guerra civile ottomana: in tale guerra scomparvero successivamente, sempre per morte violenta, Isa nel 1403, Suleyman nel 1411 e Musa nel 1413 cosicchè alla fine Mehmet potè imporsi come unico sultano come Mehmet I (1402-1421) portando la propria sede nella capitale europea di Adrianopoli, ora chiamata Edirne. Mehmet si distinse soprattutto per un’opera di riorganizzazione interna dell’impero ove dovette affrontare alcune rivolte a carattere sociale e religioso. Venendo a morte nel 1421 lasciò il trono al proprio primogenito Murad II (1421-1451) che proseguì nell’opera paterna di riorganizzazione dell’impero. Murad si concentrò sulla ricostituzione del dominio ottomano in Anatolia, cercando di reincorporare quei beylik che si erano resi nuovamente indipendenti a seguito dell’invasione timuride. In Europa non promosse una politica particolarmente aggressiva, limitandosi a brevi ma sistematiche incursioni nei territori confinanti e alla stipula con i loro sovrani di accordi di vassallaggio con versamento di tributi, che avevano il vantaggio di soddisfare entrambe le forze politiche presenti nell’impero: tanto la nobiltà di origine turca, favorevole ad una politica pacifica quanto i guerrieri ghazi e turcomanni stanziati alle frontiere, desiderosi di continui bottini bellici. La comunità cristiana si avvide tuttavia del recupero e del rafforzamento ottomano e, inizialmente sotto l’egida del papato e dell’Ungheria, iniziò a promuovere un’attiva politica di contenimento della potenza ottomana che si sarebbe nei fatti protratta sino alla fine del sec.XVII.
Degna di nota fu la famosa crociata proclamata nel 1443 da papa Eugenio IV, che dopo un avvio promettente fallì a seguito della grande vittoria ottomana nella giornata di Varna, sulla costa bulgara del Mar Nero, il 10 novembre 1444, in cui trovò la morte Ladislao III, re di Polonia ed Ungheria. In questa prima fase della guerra i cristiani poterono esibire due grandi campioni, Giorgio Castriota “Scanderbeg” in Albania e Giovanni Hunyadi in Ungheria ma gli Ottomani si confermarono una formidabile macchina militare, ottenendo proprio su Hunyadi un’altra schiacciante vittoria nella seconda battaglia di Kossovo, 17-20 ottobre 1448.
Le conquiste: Mehmet II (1451-1481)
È con il figlio e successore di Murad, Mehmet II (1451-1481), che la politica ottomana cambia in modo radicale. Da una politica volta ad assogettare gli stati confinanti a tributi, mantenendo su di essi la pressione delle incursioni in cerca di bottino, si passa all’incorporazione politica diretta, con l’eliminazione, generalmente anche fisica, delle dinastie locali. Facendo ciò, soprattutto nei Balcani, gli Ottomani beneficiarono della insofferenza sociale delle popolazioni contadine, vessate dai signori feudali, che accolsero quasi con favore i nuovi dominatori. Gli Ottomani infatti permisero il mantenimento della religione cristiana e nei fatti abolirono tutte le infrastrutture feudali (corvées) che rendevano la vita estremamente dura per i contadini, ai quali solo fu richiesto il pagamento di una tassa più che accettabile. Tale politica di potenza aveva bisogno tuttavia di un’inaugurazione grandiosa e questa fu trovata nella conquista di Costantinopoli che dopo due mesi d’assedio cadde il 29 maggio 1453. Da allora tutto il regno di Mehmet II fu una storia di conquiste ai danni dei deboli stati cristiani: nel 1458 cadde il Ducato di Atene, nel 1459 il Despotato di Serbia, nel 1460 il Despotato di Morea, nel 1461 l’Impero di Trebisonda, nel 1463 il Regno di Bosnia e ultimo, nel 1475, il piccolo principato di Theodoro in Crimea. Furono annesse pure le varie colonie genovesi sul Mar Nero e sulle isole dell’Egeo. Di fronte a tale attivismo la Cristianità offrì una reazione non unitaria: Venezia, toccata nei propri interessi orientali, dal 1463 al 1479 fu in guerra diretta con l’impero e malgrado la propria superiorità sul mare dovette affrontare scorrerie turche sino in Friuli e alla fine cedere l’Eubea, la Morea e l’Albania veneta. L’Ungheria, guidata dal grande Mattia Corvino, si limitò ad un’azione di contenimento pur ottenendo due grandi successi bellici a Belgrado nel 1456 e al Campo del Pane nel 1479. A nord del Danubio la politica di conquista turca si scontrò con gli abili voivoda di Valacchia e Moldavia, e fu Stefano III di Moldavia che inflisse agli Ottomani una grande sconfitta in campo aperto a Rahova, il 10 gennaio 1475. Mehmet tuttavia non trascurò neppure l’Oriente conquistando Karaman, il maggior beylik anatolico rimasto, e scontrandosi infine con la grande confederazione turcomanna del Montone Bianco, che alla dissoluzione dell’effimero impero timuride si era imposta in Mesopotamia e nella Persia occidentale. Uzun Hasan, emiro del Montone Bianco, arrivò ad allearsi con gli stati occidentali ma nulla potè contro la macchina bellica ottomana, venendo decisamente sconfitto nella battaglia di Otlukbeli, in Anatolia, l’11 agosto 1473. Evitando per il momento uno scontro diretto con l’altro grande potentato asiatico, il Sultanato Mamelucco d’Egitto, Mehmet alla fine si rivolse ancora contro i cristiani nel 1480, ponendo l’assedio a Rodi, sede dei Cavalieri di San Giovanni e soprattutto inviando una flotta nell’Adriatico che prese Otranto in Puglia. Entrambe le imprese ultimamente fallirono e Mehmet stesso venne a morte il 3 maggio 1481 venendo giustamente ricordato con il soprannome diFâtih,il Conquistatore.
La transizione verso l’apogeo: Bayezid II e Selim I (1481-1520)
Bayezid II (1481-1512), figlio e successore di Mehmet, fu un sultano di transizione. Poco incline alle campagne militari prestò estrema attenzione all’organizzazione interna, mirando soprattutto a compattare ulteriormente lo stato e cercando di risolvere a livello politico le rivalità tra le élites dirigenti, la vecchia nobiltà turca e gli uomini nuovi provenienti dal devşirme, ovvero i giovani cristiani strappati alle famiglie, cresciuti nelle scuole di Istanbul nella assoluta fedeltà al sultano. e ascesi tramite merito ai più alti ranghi dell’amministrazione civile e militare. Sotto di lui particolarmente rilevanti furono anche le prime affermazioni della flotta, cresciuta in modo significativo sotto Mehmet II, ma che sotto Bayezid riuscì ad ottenere un primo importante successo nella guerra contro Venezia del1499-1503, sconfiggendo la potente flotta veneziana nella battaglia di Zonchio dell’agosto 1499. Una politica pacifica però destava critiche significative nelle èlites e Bayezid fu costretto nel 1512 a cedere il trono al figlio Selim I (1512-1520) che si rivelò uno dei maggiori conquistatori della stirpe di Osman. Selim tuttavia orientò le proprie campagne verso est. Si scontrò inizialmente con la Persia, ora in mano alla dinastia sciita dei Safavidi, ottenendo un grande successo militare nella battaglia di Chaldiran del 23 agosto 1514, ma dovendo rinunciare a una ulteriore avanzata nell’altopiano iranico soprattutto a seguito dell’insofferenza delle milizie ottomane a muovere una guerra di conquista contro altri musulmani. Gli riuscì invece di chiudere I conti con l’altro grande potentato mediorientale, il Sultanato Mamelucco d’Egitto,che collassò a fronte di una fulminea campagna ottomana nel 1516-1517 che portò alla conquista della Siria, della Palestina e dello stesso Egitto. In tal modo l’Impero Ottomano si affermò come il padrone assoluto del Mediterraneo orientale, aprendo la strada alla ripresa dell’espansione verso occidente. Non solo: con la conquista del Cairo Selim pose fine al protettorato mamelucco sull’ultimo califfo fantoccio della dinastia Abbaside, trasferì a Costantinopoli le Sacre Reliquie del Profeta Maometto (la veste, la spada e i peli della barba) e ottenne le chiavi delle città sante di La Mecca e Medina imponendosi di fatto come la maggiore autorità religiosa in seno all’Islam.
L’apogeo dell’impero: Solimano il Magnifico (1520-1566)
Fu sotto Solimano I (1520-1566), figlio e successore di Selim, che l’Impero Ottomano si affermò realmente come la prima potenza del mondo occidentale. Consolidato internamente, dotato di forze militari che al tempo probabilmente non avevano uguali né per dimensione né per efficienza, disciplina e armamento, padrone di una flotta enorme, l’impero riprese la sua naturale espansione verso occidente. Prime vittime di tale politica furono i Cavalieri di Rodi dell’Ordine di San Giovanni, che nel 1522 dovettero abbandonare la loro isola e rifugiarsi a Malta. La politica espansiva si orientò poi in terraferma ai confini settentrionali della penisola balcanica: il maggiore opponente dell’impero nell’area, il regno d’Ungheria, in preda ad una quasi anarchia nobiliare e a gravissimi disordini di natura sociale fu la prima vittima. Con la grande vittoria di Mohács, il 29 agosto 1526, in cui trovò la morte il re Luigi II, il grande stato danubiano collassò completamente. Tuttavia la conquista pose per la prima volta gli Ottomani di fronte al loro grande nemico, che alla fine avrebbe finito con l’aver ragione dell’impero: la nascente monarchia asburgica, che sotto Carlo V e il fratello Ferdinando dominava l’Europa centrale, la penisola iberica, i Paesi Bassi e il Mediterraneo occidentale. Il conflitto fu immediato e si svolse nelle pianure ungheresi, nel Mediterraneo occidentale e in Nordafrica. Solimano arrivò ad allearsi con il grande nemico di Carlo V, il re francese Francesco I, e le flotte ottomane, spesso guidate da valenti rinnegati cristiani, devastarono le coste italiane e si scontrarono più volte con le flotte cristiane, spagnole, veneziane e genovesi, riportando significative vittorie come a Prevesa il 28 settembre 1538. Per terra dall’Ungheria si spinsero fino a Vienna, che fu assediata nel settembre-ottobre 1529, ma qui dovettero alla fine ritirarsi, vinti dalla resistenza asburgica e dalle difficoltà logistiche derivanti dalla enorme distanza dai centri di rifornimento e dall’impegno di vettovagliare un’armata mastodontica. Il conflitto si spostò quindi nella piana ungherese diventando pressochè endemico, con l’Ungheria e la sua nobiltà divisa in una fazione pro-asburgica e una pro-ottomana. Nel Mediterraneo, invece, l’espansione si concentrò sulla conquista delle principali piazze sul mare, sede di potentati arabi locali spesso in stretti legami con la Spagna: qui gli Ottomani conquistarono Algeri, poi Tripoli e la Libia, e infine la Tunisia. Solimano non trascurò neppure l’Oriente, guidando delle grandi campagne contro i Safavidi di Persia e arrivando ad impadronirsi della costa arabica del Mar Rosso sino allo stretto di Aden. Ma anche qui, malgrado la superiorità militare, le distanze si dimostrarono incolmabili malgrado la conquista di Baghdad nel 1534. Come per Mehmet II tuttavia anche per Solimano le ultime imprese non furono coronate da successo: gli Ottomani fallirono nel grande assedio di Malta nel 1565 e nella campagna danubiana del 1566, durante la quale il grande sultano venne a morte.
Con Solimano l’Impero Ottomano raggiunse il proprio apogeo, anche se delle nuove, significative conquiste si sarebbero avute per un altro secolo sotto i suoi successori. Non solo, soprattutto nei Balcani l’Islam prese forza, e buona parte delle popolazioni, in Bosnia, Albania e Bulgaria soprattutto, per varie e differenti ragioni si convertirono. Ma con Solimano ebbe termine il periodo dei grandi sultani che conducevano gli eserciti ed iniziò il periodo dei sultani che restavano ad Istanbul vittime della politica di palazzo o di harem e sempre meno in grado di imporre una linea politica definita. Le camarille di corte (c.d. sultanato delle donne) divennero in breve arbitre della politica ottomana e l’impero finì più spesso che no in mano a ministri (i gran vizir) la cui permanenza ai vertici dipendeva dagli umori di palazzo. Questa situazione fece sì che morto Solimano la traiettoria di crescita dell’impero conobbe quello che in geometria analitica è chiamato un punto di flesso: l’impero rimase potentissimo ma iniziò in maniera inesorabile un rallentamento della crescita che in poco più di un secolo sarebbe diventato un vero e proprio declino.
Per approfondire:
AA.VV., Storia dell’Impero Ottomano (trad.ital.), Lecce, 1999
Inalcik, Halil, The Ottoman Empire. The classical age 1300-1600, Londra, 1973
Isom-Verhaaren, Christine, The Sultan’s Fleet. Seafarers of the Ottoman Empire, Londra, 2022
Nemeth, Gizella & Papo, Adriano, I turchi nell’Europa centrale. Da Gallipoli a Passarowitz (secc.XIV-XVIII), Roma, 2022
Perjés, Géza, The Fall of the Medieval Kingdom of Hungary: Mohacs 1526 – Buda 1541 (trad.ingl.), New York, NY, 1989
Shaw, Stanford J., History of the Ottoman Empire and Modern Turkey. Vol.1. Empire of the Gazis, Cambridge, 1976
Uyar, Mesut & Erickson, Edward J., A Military History of the Ottomans. From Osman to Ataturk, Santa Barbara, CA, 2009
Wasiucionek, Michal, The Ottomans and Eastern Europe. Borders and Political Patronage in the Early Modern World, Londra, 2019
Williams, Philip, Empire and Holy War in the Mediterranean, Londra, 2015