Widukind di Corvey, il bardo dei Sassoni

“A donna Matilde, splendida per il fiore verginale insieme con la maestà imperiale e la singolare saggezza, Widukind di Corvey, l’ultimo dei servi di Stefano e Vito, martiri di Cristo, è servo devotissimo per ogni servizio, e augura vera salvezza nel Salvatore. Infatti, leggendo le gesta del tuo potentissimo padre e del tuo gloriosissimo nonno, che sono state affidate al ricordo del nostro impegno, hai ciò che è necessario per ricavare da cosa ottima e gloriosissima cosa migliore e più gloriosa.”

Inizia così l’opera di Widukind di Corvey, una dedica rivolta ad una giovane donna, Matilde, affinché possa conoscere le gesta di suo padre e suo nonno. Ma chi è Widukind di Corvey?

“Dopo l’inizio delle nostre opere, con cui esposi i trionfi dei soldati del grandissimo Imperatore, nessuno si stupirebbe che io voglia affidare alle lettere le imprese dei nostri principi, poiché in quell’opera io assolsi, come potei, ciò che dovevo alla mia professione, non sfuggo dall’impegnarmi in ugual modo, come sono capace, in favore della mia famiglia e della mia gente”.

Con queste poche righe Widukind, monaco dell’abbazia di Corvey, introduce sé stesso, quasi ricavandosi un cameo alla Hitchcock, comunicando che, prima di intraprendere la stesura delle Res Gestae Saxonicae, egli scrisse vite di Santi. Pur nella pochezza di informazioni che neanche gli archivi dell’abbazia riescono a sanare, si intravede una solida cultura classica, con una particolare influenza di Sallustio nello stile: un narrare secco ed essenziale che però risulta a volte troppo oscuro, dando per scontata la conoscenza di alcuni fatti. La data di nascita è collocata intorno al 925 (desumendolo dagli archivi dell’abbazia) mentre la data di morte è presumibilmente successiva alla morte di Ottone I avvenuta nel 973. Presentatosi al pubblico, Widukind scompare in dissolvenza, lasciando la scena alla sua cronaca.

L’OPERA

Le Res Gestae Saxonicae non sono semplicemente un dono per la giovane Matilde, ma rappresentano il manifesto della dinastia di Sassonia e dei Sassoni stessi. Quello che Widukind ci regala, nei tre libri in cui l’opera si articola, è un film, e potremmo intenderlo anche così data la forza evocativa di alcuni fatti narrati. Un film in cui non manca nulla, dalla leggenda al thriller, dalle lotte famigliari alle riconciliazioni, dalle guerre alla pace.

Conoscitore dei fatti narrati e della famiglia sassone cui era vicino, Widukind si basa sui fatti, lasciando che la leggenda avvolga solo l’origine mitica dei Sassoni “In primo luogo, dunque, presenterò poche cose sull’origine e la condizione del popolo, seguendo in questa parte quasi soltanto la tradizione, poiché l’eccessiva antichità oscura quasi ogni certezza. In effetti su questo tema ci sono varie opinioni, in quanto alcuni sostengono che i Sassoni trassero origine dai Dani e dai Normanni, ma altri stimano, come io stesso da giovane udii che qualcuno sosteneva, che venissero dai Greci, poiché gli stessi dicevano che i Sassoni fossero i resti dell’esercito macedone che, avendo seguito Alessandro Magno, a causa dell’immatura morte dello stesso si disperse per tutto il mondo”, e ancora, “Vi furono anche alcuni che dissero che il nome fu dato loro per questa azione. Infatti nella nostra lingua i coltelli sono detti “sahs”, e perciò i Sassoni furono denominati così perché con i coltelli uccisero una tanto grande moltitudine”.

Dopo di ciò, ecco dispiegarsi le vicende che serviranno da esempio per Matilde e non solo per lei.

LIBRO I – ENRICO

Protagonista indiscusso di questo primo libro è Enrico l’Uccellatore, padre di Ottone I.

Widukind lo descrive come “figlio necessario a tutto il mondo”, adorno di ogni virtù fin dalla giovinezza, prudente e votato fin dalla gioventù a rendere grande il proprio popolo.

Alla morte del padre Ottone l’Illustre Enrico divenne duca di Sassonia, ma Corrado I, re dei Franchi orientali, non vedeva di buon occhio questo potere. È proprio qui che le Res Gestae Saxonicae prendono una piega affascinante, quasi un thriller: riportando tre diverse versioni del rapporto tra Enrico I e Corrado, tutte tramandate da Widukind ma con significative discrepanze, veniamo a sapere che Corrado I avrebbe attentato alla vita di Enrico I attraverso la complicità di Attone, vescovo di Magonza e reggente di Ludovico IV il Fanciullo. Ognuna di queste versioni apporta modifiche sul ruolo di Attone, vedendolo dapprima colpevole assoluto di un tranello ai danni di Enrico I e in questa narrazione Attone è descritto come uomo dall’ingegno acuto ma dai natali oscuri. Nelle altre narrazioni, il suo ruolo viene notevolmente ridimensionato, quando non messo in dubbio. Ciò che si preparava per Enrico I era la morte che sarebbe dovuta avvenire durante un banchetto in cui avrebbe ricevuto una collana d’oro. Ma fortunatamente, grazie alla rivelazione dell’orefice che fece la collana, egli sfuggì alla morte. Arriviamo, infine, a Corrado sul letto di morte. In un ultimo atto di consapevolezza politica, egli si rivolge al fratello con parole memorabili: “La fortuna, fratello, sorride a Enrico; grazie ai suoi costumi nobilissimi e alle sue virtù, il potere supremo è ormai in mano ai Sassoni. Prendi dunque queste insegne – la sacra lancia, i bracciali, la veste regale, la spada e la corona degli antichi re – e reca pace a Enrico affinché possa essere nostro alleato. A quale scopo far cadere il popolo dei Franchi contro di lui? Egli sarà senza dubbio re e imperatore di molti popoli”. Corrado sembra comprendere che l’elezione di Enrico I è cosa ormai stabilita “Dunque come il re aveva comandato, Eberardo si recò da Enrico si consegnò a lui con tutti i tesori, fece la pace, conseguì l’amicizia, che ottenne fino alla fine con la fedeltà e la familiarità. Quindi, riuniti i capi e gli anziani dell’esercito dei Franchi nel luogo che è detto Frizlar, lo designò re davanti a tutto il popolo dei Franchi e dei Sassoni.”

Dopo di questo, il primo libro prosegue nella narrazione delle riforme introdotte da Enrico I per consolidare il regno, della pace novennale firmata con gli Ungari, pace che prevedeva il pagamento di un tributo, della vittoria sui Danesi e cala il sipario narrando la morte di Enrico I: “E poiché sentiva che già peggiorava per la malattia, convocato tutto il popolo designò come re suo figlio Ottone, distribuendo anche a tutti gli altri figli ricchezze con tesori, pose lo stesso Ottone, che fu grandissimo e ottimo, a capo dei fratelli e di tutto l’impero dei Franchi.” Morto intorno ai 60 anni, nei 16 anni in cui aveva regnato Enrico I si era mosso con lo scopo di rafforzare quanto aveva ereditato dal padre, Ottone l’Illustre, per consegnarlo nelle mani del figlio. Dopo la morte, le spoglie furono portate a Quedlinburg, l’abbazia in cui la giovane Matilde è badessa, così come, prima di lei, lo fu sua nonna, Matilde di Ringelheim.

LIBRO II – OTTONE I

Il secondo libro si concentra sulla figura di Ottone I, con particolare attenzione ai primi dieci anni del suo regno, coprendo un arco narrativo che va dall’elezione a sovrano dei Franchi Orientali fino alla morte della regina Edith, sua prima moglie e madre dei figli Liudolfo e Liutgarda. Non mancano, tuttavia, momenti più intimi, come quello in cui Widukind si lascia andare alla descrizione dei caratteri di Ottone I ed Enrico, i due fratelli che furono in guerra fra loro per anni, prima di giungere ad una riconciliazione definitiva:

“Lo stesso signore di ogni cosa, il massimo e l’ottimo per nascita tra i fratelli, era celebre in primo luogo per la pietà, assai costante tra tutti i mortali nell’operato, sempre allegro a parte il terrore della disciplina regia, generoso nel donare, parco nel dormire e sempre parlante di qualcosa mentre dormiva, per cui avresti pensato che fosse sempre sveglio, non negava nulla agli amici ed era fedele oltre l’umano”; “Il suo ingegno era assai ammirevole; infatti, dopo la morte della regina Edith, mentre in precedenza non le conosceva, apprese così tanto le lettere che imparò a leggere e comprendere pienamente i libri. Inoltre, seppe parlare la lingua romana e quella slava; ma fu raro che si degnasse di usarle.”

“.. la mole del corpo, che mostrava tutta la dignità regia, con la testa coperta di capelli bianchi, gli occhi scintillanti ed emettenti una certa luce con una veloce ripercussione al modo della folgore; il volto rubicondo e la ricca barba, e questa contro l’antico costume. Il petto cosparso di certo vello leonino; il ventre moderato; l’andatura talvolta veloce, talvolta più grave; l’abbigliamento patrio, e che non fosse mai straniero.” Questo il ritratto molto benevolo che esalta le virtù di Ottone I mentre per il fratello minore: “Enrico era dotato di gravità di costumi e per questo era considerato da chi non lo conosceva meno clemente e allegro; assai costante di animo, fedele egli stesso agli amici così che onorò con il matrimonio della sorella della propria moglie un soldato di mezzi limitati e lo fece proprio compagno e amico. Era prestante di corpo, e da giovane attirava a sé ogni uomo per il suo bell’aspetto”. Poche righe, ma sufficienti per restituirci il carattere del fratello di Ottone I.

LIBRO III – OTTONE I

Il terzo libro continua con Ottone I, concentrandosi sulla sua politica estera: si racconta della campagna italiana del 951 in cui Berengario II fu costretto a sottomettersi a Ottone e del matrimonio con Adelaide di Borgogna. Bellissimo e dettagliato il resoconto della battaglia di Lechfeld:

Michael Echter (1812-1879), La battaglia di Lechfeld del 955 (1860)
Maximilianeum, Monaco di Baviera

“Alzatisi alle prime luci, concessa e ricevuta la pace, e dopo aver promesso la propria opera con un giuramento in primo luogo al comandante, poi ciascuno agli altri, alzate le insegne escono dal campo, come nel numero di otto legioni. L’esercito è condotto per luoghi aspri e difficili, per non dare ai nemici l’opportunità di turbare le schiere con le frecce, di cui si servono con gran forza, perché gli arbusti li proteggevano. I Bavaresi mossero la prima, la seconda e la terza legione, alle quali furono posti a capo i prefetti del duca Enrico. Infatti, egli si era allontanato dalla guerra per il fatto che soffriva per una malattia del copro, per la quale anche morì. Schierarono la quarta i Franchi, il cui comandante e ordinatore era il Duca Corrado

Nella quinta, che era la più grande, e che era detta regia, stava lo stesso principe circondato da mille scelti tra tutti i soldati e di focosa gioventù, e davanti a lui un angelo (insegna raffigurante l’Arcangelo Michele), con il quale veniva la vittoria, circondato da una fitta schiera. Costituirono la sesta e la settima gli Svevi, dei quali fu a capo Burcardo, con il quale si era maritata la figlia del fratello del re. Nell’ottava erano i Boemi, mille soldati scelti, più forniti di armi che di fortuna; in essa stavano tutti i fardelli e ogni bagaglio, come se essa fosse del tutto protetta, in quanto era l’ultimissima.” Non sembra di assistere alla scena di un film?

Drammatico e struggente anche il racconto della morte del genero di Ottone I, il duca Corrado il Rosso: “Il duca Corrado, che certamente combatteva con vigore, aveva molto caldo, acceso dal fervore dell’animo dall’ardore del sole, che quel giorno era eccessivo, e mentre, sciolti i legacci (della corazza), prendeva il fresco cadde per la ferita di una freccia che lo trafisse attraverso la gola. Il suo corpo onorevolmente raccolto secondo l’ordine del re fu trasportato a Worms e là sepolto; un uomo grande e famoso per ogni virtù dell’animo e del corpo, con il lamento e il pianto di tutti i Franchi.”

PERCHE’ LEGGERE LE RES GESTAE SAXONICAE

Nata come un’opera di esaltazione della dinastia di Sassonia, le Res Gestae Saxonicae è la narrazione dell’identità di un popolo, dell’orgoglio sassone. La storia dei duchi sassoni divenuti re dei loro popoli contando sulle loro forze, affrontando i nemici con l’audacia dimostrata nelle battaglie, mentre le difficoltà scaturenti dai dissidi interni alla famiglia allargata di Enrico I ed Ottone I venivano sedate con la diplomazia e il perdono.

Pur essendo dichiaratamente un’opera con finalità celebrative, le Res Gestae Saxonicae rivelano anche l’abilità narrativa e lo spirito del loro autore, un monaco che, mantenendosi discreto e nell’ombra, riesce a offrire una cronaca che è al contempo opera storica e racconto glorificante delle origini sassoni, concentrando la sua attenzione quasi esclusivamente sui di essi.

Quest’opera, scritta tra il 967 e il 968, rappresenta una fonte cruciale per comprendere la famiglia e la politica sassone da parte di un autore che visse a stretto contatto con essa. Tacciata di parzialità in un primo momento, l’opera ha conosciuto una rivalutazione in senso positivo, vedendo in Widukind un cronista preciso degli avvenimenti. Solo la parte riguardante la tradizione mitica dei Sassoni risulta influenzata da elementi narrativi tramandati oralmente. Quasi ogni scontro descritto celebra lo spirito guerriero dei Sassoni contro numerosi nemici: Franchi, Slavi e Ungari.

La battaglia di Lechfeld emerge come un punto culminante nell’opera per lo splendore della narrazione e il significato storico attribuitole.

FONTI:

Widukind di Corvey, Le imprese dei Sassoni. Introduzione, traduzione e note a cura di Paolo Rossi, Pisa University Press, 2021

N.B. i passaggi riportati fanno parte della traduzione dell’opera così come riportata all’interno del testo usato come fonte.

IMMAGINE:

Il celebre dipinto della battaglia di Lechfeld che mette in evidenza Ottone I con la lancia di Longino, il centurione che trafisse il costato di Gesù, in mano mentre sprona alla battaglia le otto legioni sotto il suo comando. L’immagine dell’Arcangelo Michele serve ad incitare alla vittoria gli alleati di Ottone I, imperioso nella sua armatura al centro della scena. Da notare il dettaglio dell’unico uomo senza elmo che, con un movimento scomposto, sta cedendo sotto il colpo di una freccia degli Ungari: è Corrado il Rosso, genero di Ottone I, rientrato nelle grazie dell’imperatore dopo che il giovane si era ribellato e morto combattendo a Lechfeld]

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